Ormai sappiamo identificare bene sintomi e ripercussioni del Coronavirus. Tuttavia le nostre conoscenze si fermano ai risvolti psicologico-psichiatrici che questa pandemia comporta, più difficili da identificare e studiare. Eppure, secondo una ricerca condotta dal Dipartimento di Psichiatria dell’Università di Oxford, circa una persona su cinque presenta sofferenze psicologiche tra 14 e 90 giorni dopo la diagnosi del Covid, tra cui disturbi d’ansia e dell’umore, depressione e insonnia. Senza dimenticare la paura di poter contrarre nuovamente il virus. Un problema che riguarda tutti, anche i più giovani. Cerchiamo di dare un volto a queste sofferenze e di inquadrare l’argomento e ne parliamo con Luigi Ferrannini, già Direttore del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze dell’ASL 3 Genovese, Professore a contratto Unige.

>Dottor Ferrannini, a quanto pare la nostra mente non è immune da disturbi psichiatrici legati alla pandemia. Quali sono i disturbi più comuni nelle persone, soprattutto nei giovani?

«Cerchiamo innanzitutto di distinguere il problema del rapporto fra Covid e problematiche psicologico-psichiatriche. Occorre utilizzare un termine più ampio: non sempre la chiave di lettura è la classificazione diagnostica, bensì riguarda la sofferenza delle persone, che a volte si traduce in sintomo. È sbagliato dunque confondere le emozioni con il sintomo. Una seconda premessa riguarda la necessità di distinguere tra problematiche di chi ha sofferto di Covid e i problemi psicologico-psichiatrici della popolazione in generale, anche da parte di chi non ha contratto il virus. Oggi stiamo assistendo a una certa distorsione del linguaggio. Un esempio? Quello che oggi chiamiamo distanziamento sociale non è uguale al distanziamento fisico: il primo termine pone il soggetto in uno stato di isolamento rispetto alla sua socialità, mentre il distanziamento fisico banalmente può essere misurato in metri. Tale distorsione del linguaggio si traduce inevitabilmente in una distorsione a livello comunicativo. E qui i media giocano un ruolo fondamentale: la sfida non è arrivare per primi sulla notizia ma arrivare più vicini alla verità, a un’informazione corretta e coerente con le conoscenze scientifiche oggi note.

Abbiamo riscontrato come il problema psicologico più forte derivi dall’isolamento e dalla conseguente solitudine, negli anziani come nei giovani: si tratta di uno dei fattori di rischio più determinanti, se parliamo di problematiche psicologico-psichiatriche. Si poteva fare certamente di più per evitare il contagio ma anche per limitare la sofferenza psicologica delle persone. La solitudine ha poi provocato uno degli effetti più negativi: quello della perdita della speranza e del senso del futuro. In medicina è risaputo: se il paziente lotta contro la malattia, fisica o mentale, in qualche modo si avranno risultati migliori in termini di aderenza ed effetti delle terapie e quindi di guarigione. Viceversa, più il paziente perde la speranza, più le possibilità di guarigione si allontanano.

Parlando di isolamento, un pensiero sulle categorie più a rischio, gli anziani, soprattutto quelli ospitati dalle Rsa in Italia: un recente articolo del Lancet definisce le Rsa come “castelli assediati”. Una metafora calzante e un’immagine realistica, in cui un elemento identificativo di protezione come un castello viene associato all’assedio, come a dire che la colpa sia all’interno delle Rsa. “Assediare” le Rsa non significa fare in modo che possano risolvere i loro problemi e migliorare l’appropriatezza dei loro trattamenti».

Quanto è estesa oggi, a livello regionale e nazionale, la richiesta di aiuto dei pazienti sotto l’aspetto psicologico-psichiatrico? Il sistema sanitario riesce a sopperire a tali richieste? Cosa si può ancora fare per garantire una salute anche mentale dell’individuo?

«Oggi ci troviamo di fronte a una situazione contraddittoria: si riscontra un aumento significativo delle richieste di aiuto, ma a fronte di un indebolimento dei servizi. Bisognerebbe attivare politiche che consentano un approccio globale per promuovere e curare la salute mentale delle persone, tanto quanto quella corporea. E questo intreccio corpo-mente non è un problema degli ultimi anni, anzi, ce lo portiamo dietro da Cartesio. Ricordiamoci sempre come ci ricorda l’OMS che “Non c’è salute senza salute mentale” ma anche “Non c’è salute mentale senza salute”. Bisogna poi pensare alla costruzione di Servizi di salute mentale per il futuro in grado di gestire emergenze e di utilizzare nuovi strumenti tecnologici per mantenere un contatto col paziente, che non si realizza soltanto nella visita diretta. Attenzione però, la tecnologia presenta vantaggi e svantaggi: da un lato è utile nell’ascolto del paziente anche a distanza, dall’altro la tecnologia non può trasformare tutto in tecnologico. Il rapporto con la persona deve rimanere un elemento cardine nella cura del paziente».

Pensa che, con l’arrivo di un vaccino, tali paure e sofferenze psicologiche delle persone possano affievolirsi fino a sparire? Oppure gli effetti della pandemia continueranno a influenzare la nostra mente?

«Credo che tali paure continueranno a influenzarci ancora per un po’, oltre l’arrivo del vaccino. Ma è importante capire il perché. L’effetto principale della pandemia, quello che più ha impattato sulla psiche delle persone, è il lutto: questo non si risolve con un vaccino, l’elaborazione di un lutto non ha un tempo stabilito e dipende da molti fattori. Inoltre il contesto familiare e sociale può accelerare o rallentare il tempo necessario al superamento di paure e sofferenze psicologiche collegate al Covid. Proprio per questo la solitudine determina un rallentamento nell’elaborazione di tali criticità. Comunicazione e ascolto sono fondamentali e faranno la differenza tra la paura e il suo superamento».

Parliamo di giovani e delle loro sofferenze psicologiche: quanto incidono su di loro condizioni sociali ed economiche?

«La pandemia ha senza dubbio incrementato le disuguaglianze, sia sociali sia quelle inerenti all’accesso ai servizi. Alcuni aspetti legati alla vita della persona, dal reddito al lavoro, pesano maggiormente oggi perché riducono le possibilità di una adeguata qualità di vita. Questo aspetto nei giovani risuona in maniera ancora più vistosa. Torniamo al discorso iniziale: la parola “assembramento” sembra identificare oggi il modo e la superficialità con la quale i giovani provocano la diffusione del virus ed ha completamente cancellato la parola socialità. Non voglio certo giustificare alcuni comportamenti irresponsabili da parte dei giovani, ma l’uso delle parole sicuramente influisce su di loro, talvolta in maniera negativa. Non è l’isolamento la soluzione migliore, soprattutto per i giovani, che già erano sottomessi alla tecnologia prima dell’avvento del Covid. Ultimamente sono stati bloccati anche gli Erasmus per gli studenti universitari: una misura giusta e necessaria a mio avviso, ma l’Erasmus rappresenta uno strumento fondamentale per la crescita umana e professionale dello studente. Mi auguro che la situazione possa sbloccarsi quanto prima, compatibilmente con le possibilità. Si dice spesso che, per salvare l’economia, si sacrifica la salute e per salvare la salute si sacrifica l’economia: invece ricordo uno studio della World Bank del 1993, in cui è stato evidenziato come nelle società a basso contenuto di coesione sociale il Pil risulti comunque basso. Una pre-condizione di forte economia risiede in una società con un alto grado di coesione sociale, che sappia anche mettere al centro il proprio capitale umano».

Parliamo anche di Covid e di dipendenza da sostanze: quanto la pandemia ha influito negativamente su sofferenze psicologiche già esistenti in soggetti fragili come i tossicodipendenti?

«Quando parliamo di patologie legate alla dipendenza da sostanze dobbiamo ricordarci innanzitutto che la problematica colpisce giovani tanto quanto adulti e anziani: si pensi ad esempio all’alcolismo. Inoltre, non dimentichiamo che un accesso massiccio alla rete, dovuta al lockdown, ha aumentato l’acquisto di nuove sostanze di cui oggi perfino gli esperti non ne conoscono le caratteristiche e gli effetti. La sofferenza psicologica di tali soggetti fragili è ancora legata all’isolamento, che ha influito negativamente, prima in un aumento nel consumo di sostanze e poi in una carenza di aiuti esterni in un’ottica di guarigione».

Cosa possono fare quindi le persone per “esorcizzare” paure e sofferenze psicologiche? Quali sono le soluzioni più adeguate per reagire?

>«Bisogna partire da un concetto tanto ripetuto quanto essenziale: credere che davvero tutti insieme possiamo farcela. Le precedenti pandemie scoppiate in tempi passati sono state superate facendo fronte comune, e costruendo una “speranza affidabile”. Dobbiamo credere nel futuro e ognuno deve assumersi le proprie responsabilità. Ma non parlo solo dell’obbligo di indossare la mascherina: parlo anche di responsabilità in una comunicazione scientifica puntuale e produttiva, in una gestione che non aumenti le disuguaglianze ma spinga le persone a partecipare attivamente a processi di costruzione o ricostruzione della loro società».