“Rsa, oltre la pandemia”, un libro per guardare al futuro: ce ne parlano gli autori

Fornire un contributo concreto per cercare di delineare e traguardare il futuro delle Rsa dopo la pandemia. Questo l’obiettivo di Rsa, oltre la pandemia, il libro scritto a quattro mani dal dottor Antonio Guaita, esperto in Geriatria e dalla dottoressa Carla Costanzi, sociologa. Il volume intende offrire soluzioni e spunti sia verso progressivi adattamenti delle Rsa esistenti rendendole più vivibili, sia nella direzione di un adeguamento del patrimonio edilizio pubblico e privato alle esigenze di sicurezza, comfort e funzionalità della popolazione anziana. Il libro verrà presentato giovedì 1 luglio a Genova: nel frattempo ecco qualche anticipazione sul volume in un’intervista con gli autori.

Dottor Guaita, è tornata a farsi sentire la necessità di ripensare l’organizzazione delle Rsa e soluzioni destinate a un’utenza meno compromessa. Come risponde il libro a queste tematiche?
“Risponde partendo da un concetto fondamentale: la pandemia non è un episodio che si concluderà lasciando tutto come prima per le Rsa. Al contrario, la pandemia è un elemento di sconvolgimento di routine quotidiane e modi di essere: da essa è possibile trarre molti insegnamenti. Il libro nasce dalla convinzione che a partire da uno stress test come la pandemia si possano mettere in evidenza elementi di forza e debolezza delle soluzioni assistenziali per anziani non autosufficienti. A partire da questa premessa, nel libro sono state esposte analisi e soluzioni utili a costruire un nuovo futuro per le Rsa”.

Quali soluzioni e proposte emergono nel libro?
“Possiamo distinguere tra soluzioni all’interno e all’esterno delle residenze. All’interno delle Rsa le criticità emerse, alla luce dei dati sulla mortalità e morbilità da Covid, riguardano gli aspetti strutturali delle residenze. Una residenza dovrebbe assicurare uno spazio privato alle persone.  Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, solo una minoranza delle strutture di ricovero è riuscita a isolare i propri pazienti in stanze singole per evitare al massimo i contagi. Da ciò emerge la necessità di garantire spazi privati all’interno delle residenze. Il secondo aspetto messo in evidenza all’interno delle residenze ha a che fare con i bisogni delle persone ricoverate al loro interno: a partire dagli anni Sessanta/Settanta, abbiamo assistito a una continua evoluzione dei bisogni delle persone che si rivolgono alle strutture residenziali. Tali bisogni però non sono ancora stati metabolizzati dall’organizzazione delle strutture: mi riferisco in particolare al fatto che la maggioranza delle persone nelle Rsa sia rappresentata da soggetti over 85, che hanno nella demenza psichica la prima causa della loro non autosufficienza. Siamo ormai abituati a pensare ai soggetti non autosufficienti come persone in carrozzina, ma non è così: molte delle persone non autosufficienti sono in grado di camminare e muoversi, dunque diventano fondamentali assistenza e sorveglianza. È necessario formare il personale di cura a queste nuove modalità di assistenza”.

Dottoressa Costanzi, soffermiamoci sull’aspetto legato alla socialità: cosa rappresentano le Rsa dal punto di vista sociale? Spesso se ne parla solo come luogo di cura, ma in realtà una Rsa è molto di più. Un luogo di socialità, per esempio?
“Dovrebbe esserlo, ma lo è solo teoricamente. La popolazione delle Rsa è molto cambiata nel tempo: qualche decennio fa, molti degli ospiti delle Rsa erano persone con problemi di carattere economico e organizzativo e non avevano sufficienti risorse per mantenersi nella propria abitazione. Oggi la situazione è diversa: la maggior parte della popolazione delle Rsa presenta gravi problemi di carattere sanitario, in particolar modo la demenza. È dunque difficile la socializzazione nelle Rsa tra questi soggetti, proprio a causa del loro stato mentale. Ovviamente il Covid ha acuito tali criticità già esistenti, impedendo ulteriormente i contatti sociali”.

Se per le Rsa è difficile essere un luogo di socializzazione, senza dubbio possono e devono essere un “luogo di vita”, dove i soggetti più fragili possono vivere serenamente gli ultimi anni. Come rendere possibile tutto questo dottoressa Costanzi?
“Sono varie le direzioni di lavoro spiegate dal libro, il quale ha un taglio fortemente operativo. Dal punto di vista strutturale, è importante creare spazi di incontro nelle Rsa all’esterno delle camere, dove sia possibile incontrare i famigliari e gli altri ospiti. Per la ristrutturazione di alcune Rsa di Tortona è stato proposto di eliminare alcune stanze per creare dei salottini preposti a tale scopo. Altro auspicio è che le camere delle Rsa diventino tutte singole, a prescindere dalla pandemia. Inoltre, è necessario integrare nelle Rsa servizi accessori che consentano e facilitino la socializzazione. All’interno del libro abbiamo proposto di inserire servizi in grado di facilitare l’incontro tra ospiti e quartiere come biblioteche, palestre e bar. In passato abbiamo assistito a dinamiche per cui tutto ciò che era sgradito veniva posto lontano dal contesto abitativo, dalle carceri ai manicomi: è l’esempio di Venezia, dove carceri e ospedali si trovano su un’isola diversa, o di Genova, dove l’Albergo dei Poveri è posto più lontano rispetto al centro. Questa logica ormai va capovolta. Vi sono esempi virtuosi di strutture che hanno fatto costruire accanto alla residenza un parco giochi per bambini, proprio per il senso di gioia che prova un anziano nel vedere i bambini pur non riuscendo a comunicare con loro efficacemente”.

Il libro pone attenzione alla salute fisica e mentale dei soggetti più fragili che alloggiano nelle Rsa. Lo chiedo a lei dottor Guaita e alla sua esperienza in Geriatria: come si ripercuote questa situazione di criticità sulle fasce più deboli da un punto di vista psicologico?
“Sono due gli aspetti da considerare. Da una parte abbiamo verificato come nelle persone più fragili, come quelle con demenza, siano emersi elementi di sofferenza specifica dovuti all’isolamento nelle Rsa e al non sapere perchè tali interventi restrittivi fossero necessari. Di contro, però, questi interventi hanno rappresentato anche un elemento di protezione. La sofferenza psicologica maggiore è stata più legata all’impossibilità di avere contatti piuttosto che all’angoscia derivante da una situazione pandemica. Si è quindi cercato di ovviare in quasi tutte le strutture, con grande impegno, per utilizzare strumenti alternativi (come le videochiamate) al fine di ripristinare i contatti umani”.

Come viene affrontata nel libro la tematica dell’assistenza domiciliare, dottor Guaita? È una necessità per il futuro?
“Assolutamente sì. Ma il problema principale dell’assistenza domiciliare è che questa appare ampiamente sottorappresentata. In tutta Italia vi è una drammatica mancanza di assistenza domiciliare non solo dal punto di vista quantitativo ma anche sotto l’aspetto qualitativo. L’assistenza domiciliare è andata progressivamente spostandosi verso la prestazionalità, ne parliamo in ben due capitoli del libro. Oggi non possiamo pensare all’assistenza domiciliare come semplice fornitura di prestazione. Quello che manca davvero è la presa in carico del paziente, un aiuto concreto alla persona fragile e la sua famiglia al fine di prendere decisioni e modulare l’assistenza rispetto ai bisogni del soggetto non autosufficiente: se manca questo, manca praticamente tutto”.

Dottoressa Costanzi: se l’assistenza domiciliare può essere una soluzione per il futuro, come si deve lavorare al fine di non isolare il paziente?
“È necessario innanzitutto informare i cittadini. Ad esempio su come adeguare l’alloggio ad una vita non più completamente autosufficiente: perchè installare una vasca da bagno quando si può scegliere una doccia dotata di accesso facilitato? Sarebbero poi auspicabili agevolazioni sulle ristrutturazioni degli alloggi al fine di renderli abitabili in sicurezza anche da chi non è più autosufficiente. Per non isolare il paziente nella propria abitazione è necessario attivare reti di solidarietà, in primis all’interno del quartiere, nonchè agire con un approccio educativo verso le nuove generazioni. Inoltre va incentivata e facilitata la socializzazione tra gli anziani stessi, ma non solo. Esistono centri sociali frequentati solo da anziani e questo è un errore: i centri sociali dovrebbero essere luoghi di incontro intergenerazionali”.

Dottor Guaita, il carattere dinamico delle condizioni complessive di salute richiederà anche una grande flessibilità dei servizi. Come raggiungerla?
“Qualche tentativo di raggiungimento si sta facendo attraverso una rivalutazione sia del Medico di Medicina Generale sia della presenza sul territorio non solo di organismi burocratici legati alla sanità ma anche di servizi di consulenza. Questo è fondamentale per il futuro: non dobbiamo lasciare soli operatori e utenti di fronte ai loro problemi di offerta di un servizio adeguato, ma mettere in atto servizi in grado di far incontrare bisogni e risposte. Serve un sistema di counseling che guardi meno alle scartoffie e più alle persone”.

Dottoressa Costanzi, nel libro si accenna al fatto che il fine degli interventi sulle Rsa debba essere la garanzia delle possibilità di scelta e di autonomia dell’utente. Cosa dire a riguardo?
“Sono necessarie informazione e documentazione non solo verso gli anziani, ma anche per le famiglie. A loro devono essere fornite tutte le informazioni sulle soluzioni alternative. Per il futuro, ci auguriamo che le Rsa vengano ridotte di dimensioni e che anche una minima percentuale di ospiti possa essere allocata diversamente, magari grazie all’assistenza domiciliare. Questo per migliorare la qualità della vita degli ospiti ma anche quella degli operatori sociosanitari che ogni giorno mettono professionalità e impegno a servizio della salute delle persone. Per il momento però appare evidente come ci sia ancora un forte bisogno di Rsa e sarà così ancora per qualche anno”.

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su email

Potrebbe interessarti anche

News

Cover stories