“La riforma della programmazione socio-sanitaria e i nuovi meccanismi di accreditamento previsti dalla nuova legislazione nazionale di settore non possono tradursi in un processo di concentrazione del mercato a danno delle piccole e medie imprese che finora hanno garantito una adeguata qualità nella erogazione dei servizi territoriali. Siamo di fronte a una svolta del sistema che va governata con buon senso, trovando i giusti correttivi che tutelino la continuità delle strutture già accreditate e contrattualizzate. Chiediamo che le procedure comparative riguardino esclusivamente i nuovi accreditamenti e non le strutture già contrattualizzate in possesso dei requisiti di qualità, che sia garantita una clausola di continuità per le realtà operative integrate nel sistema pubblico e che i criteri di selezione siano proporzionati alla dimensione aziendale, evitando automatismi che finiscano per favorire esclusivamente le grandi aggregazioni”.
È questa la posizione di Conf Salute Confcommercio, Confindustria Sicilia comparto socio sanitario, Aris, Confederazione Asso e Cimest, che hanno dato vita mercoledì 4 marzo alla Camera di Commercio di Palermo a un talk dal titolo “Programmazione sociosanitaria e nuova legislazione sanitaria: quale futuro per le piccole e medie imprese?”.
L’assetto del comparto rischia di essere stravolto dalla nuova legislazione di settore. L’attuale sistema, radicato nei territori ma composto in larga parte da micro e piccole imprese con dimensioni economiche contenute, verrebbe fortemente penalizzato qualora i nuovi criteri dovessero privilegiare in modo prevalente forza patrimoniale, volumi storici e capacità finanziaria.
L’allarme parte dalla Sicilia dove, secondo un’elaborazione di Conf Salute su dati Margó – Confcommercio, operano 3.062 imprese tra assistenza sanitaria territoriale e servizi residenziali e c’è il più alto numero di laboratori di analisi cliniche (415, pari al 30,3% del totale nazionale). La Sicilia guida anche la classifica per le strutture dedicate alla disabilità: sono 1.400, il 30,2% del totale italiano.
“Il sistema socio-sanitario si è sviluppato nel tempo grazie a una rete capillare di imprese territoriali che hanno garantito continuità e integrazione con il servizio pubblico – afferma il presidente nazionale di ConfSalute, Luca Pallavicini -. Il processo di riforma è un passaggio importante e va governato con equilibrio. Occorre evitare che strumenti pensati per rafforzare qualità e trasparenza producano, in modo non intenzionale, effetti di concentrazione che riducano il pluralismo imprenditoriale”.
“È stato profondamente stravolto il senso originario della norma. – afferma Francesco Ruggeri, presidente del comparto sociosanitario di Confindustria Sicilia -. Un provvedimento nato per rafforzare la qualità delle prestazioni, la trasparenza e l’equità delle condizioni, si è trasformato in uno strumento che, nei fatti, introduce criteri premianti calibrati sulle grandi concentrazioni imprenditoriali, penalizzando la micro e piccola impresa. Ne derivano dinamiche di “iper concorrenza” con potenziali ripercussioni significative sulla tenuta dei presidi territoriali esistenti, sulla continuità assistenziale e sui livelli occupazionali nelle comunità in cui queste strutture operano, alla luce delle rilevanti implicazioni economiche, sociali e occupazionali connesse. L’effetto di questo provvedimento sta operando le prime refluenze sulla normativa regionale con la pubblicazione del D.A. salute 79/2026 che pur qualificandosi come un mero “aggiornamento della programmazione della rete regionale delle RSA” introduce in realtà una riforma sostanziale della rete di residenzialità che si discosta radicalmente dalle prassi consolidate, generando un inaccettabile stato di incertezza giuridica e operativa e minando la stabilità degli investimenti delle strutture già realizzate e degli investimenti futuri”.
“Parliamo di oltre tremila imprese che assicurano servizi essenziali ad anziani, persone con disabilità e famiglie – sottolinea Luigi Marano, presidente del Dipartimento Sicilia di Conf Salute -. Se le nuove regole non terranno conto della struttura reale del settore, il rischio è quello di comprimere la presenza delle PMI e di alterare un equilibrio costruito negli anni sul territorio, con effetti diretti su occupazione e prossimità assistenziale. Discorso analogo per il decreto con il quale l’assessorato regionale alla Salute pensa, a mio avviso inopinatamente, di ridisegnare la rete delle Rsa: ci opponiamo a questo decreto”.
“Non si può immaginare di mettere a ribasso d’asta la salute dei cittadini – sostiene Domenico Arena, presidente Aris Sicilia -, questa nuova formulazione altera in maniera significativa la legge 502 del 1992 con gravi ripercussioni sulla qualità delle prestazioni a favore dei pazienti. Noi siamo a favore dell’aggiornamento della norma che guardi alla qualità e alla trasparenza del servizio prestato. Non ci preoccupa confrontarci con chi ha esperienze analoghe alle nostre, non certamente con gli investitori che guardano più alla sanità che non alla salute dei bisognosi. Riteniamo che la periodica valutazione dei requisiti per il mantenimento dell’accreditamento possa già considerarsi una selezione, facendo salvo il rispetto del diritto dell’Unione Europea e pensiamo che sia utile differenziare i percorsi di chi gestisce lettini balneari da chi gestisce lettini di ospedale”.
Ferma opposizione anche da parte del Cimest (Coordinamento Intersindacale della medicina specialistica territoriale accreditata con il SSN) che chiede al Governo e al Parlamento di escludere in modo esplicito le prestazioni sanitarie dall’applicazione della Bolkestein. “La salute dei cittadini non è un servizio commerciale e non può essere trattata come una concessione o una gara d’appalto – specifica il presidente regionale Salvatore Calvaruso -. Applicare la logica del massimo ribasso alle cure sanitarie significa mettere a rischio qualità, sicurezza e continuità assistenziale. Il sistema sanitario italiano si fonda sulla programmazione sanitaria e sull’accreditamento istituzionale, non sulle gare tra operatori economici. Trasformare i LEA in prestazioni da appaltare rappresenterebbe uno stravolgimento pericoloso del SSN. La salute non si mette a gara. La salute si tutela”.
“La richiesta di grandi volumi, forti capacità di investimento e sistemi di controllo complessi – conclude Pietro Scozzari, presidente nazionale di Asso – rischia di penalizzare i piccoli erogatori territoriali e i servizi che operano su target ad alta complessità, come la disabilità grave, dove i numeri sono strutturalmente contenuti. In presenza di tetti di spesa rigidi e tariffe non adeguate, l’aumento della competizione potrebbe tradursi in una “guerra al ribasso”, con effetti negativi sulla sostenibilità economica delle strutture e sulla stabilità occupazionale dei lavoratori a discapito dei cittadini. È necessario, invece, intervenire sulle modalità applicative, salvaguardando la programmazione territoriale e valorizzando le strutture già accreditate, che rappresentano oggi un presidio di qualità e appropriatezza nell’erogazione dei servizi”.











