Covid e disturbi del sonno: perché non dormiamo bene e come intervenire?

Sembra un paradosso, eppure è proprio così: in un periodo in cui dormire di più e bene rappresenterebbe una buona pratica per aiutare il sistema immunitario ed evitare di contrarre il Covid, gli italiani (e non solo) si scoprono affetti da numerosi disturbi del sonno. Tra i tanti spiccano i più comuni, dall’insonnia ad ansia e depressione. La relazione tra Covid e mancanza di sonno, tuttavia, è ben lontana dall’essere soltanto un paradosso e necessita di risposte adeguate e precise: perchè non dormiamo bene come prima? Quali sono le cause che influiscono negativamente sui nostri ritmi del sonno?

In risposta a questi quesiti, nel corso del 2020 non sono mancati numerosi studi a riguardo in grado di gettare più luce sull’argomento. A portare il tema del sonno ai tempi del Coronavirus al recente Congresso della Società italiana di Neurologia è stato Giuseppe Plazzi, direttore del Centro per lo studio e la cura dei disturbi del sonno all’ospedale Bellaria di Bologna e presidente dell’Associazione Italiana di Medicina del Sonno (Aims).

Nell’ambito del congresso, il dottor Plazzi ha citato due lavori pubblicati sulle riviste scientifiche The Lancet Psychiatry Jama OpenIl primo studio ha preso in esame 60mila persone ammalatesi di Covid e ha potuto constatare come al secondo posto dei disturbi collaterali provocati dalla malattia ci fosse proprio l’insonnia. L’altro lavoro, condotto in Canada sotto la guida di Charles Morin, ha appurato che l’insonnia, una volta comparsa (a prescindere dalla causa), tende a diventare permanente. Nell’ambito di questo secondo studio, ricercatori hanno seguito oltre 3000 adulti, con problemi di sonno o meno, tra il 2007 e il 2014. Ogni anno i partecipanti allo studio compilavano un questionario relativo al sonno e allo stato di salute: analizzando i questionari, i ricercatori hanno notato che il 13,9% dei buoni dormitori all’inizio dello studio aveva sviluppato insonnia nel corso dei cinque anni, e il 37,5% di coloro che soffrivano di insonnia all’inizio dello studio continuavano ad avere insonnia persistente. In altre parole, se non viene trattata l’insonnia non passa spontaneamente. Quindi è importante identificare i soggetti a rischio e intervenire il prima possibile.

Il Presidente di Aism ha poi citato un studio italiano (cui ha preso parte), coordinato dall’Università di Parma e pubblicato sulla rivista Frontiers of Psychology. Sono stati indagati seimila casi, tra marzo e maggio 2020, di persone di età compresa tra 18 e 82 anni ed è risultato che più della metà (55.3 %) lamentava una ridotta qualità del sonno e modificazioni del ritmo sonno-veglia, con una anticipazione o posticipazione del periodo di sonno. Con l’aggiunta di una maggiore quantità di sonno diurno. Secondo Plazzi, il rischio maggiore riguarda le donne, ma neanche i bambini sono immuni ai disturbi del sonno causati da questo periodo: «Dati preliminari indicano che nella popolazione in età pediatrica siano saltati soprattutto i ritmi del sonno. Ciò vuol dire o l’addormentarsi molto tardi la sera e dormire poi l’intera mattina oppure dormire molto al pomeriggio con conseguente risveglio nel cuore della notte e, alla fine, di nuovo sonno nella mattina».

Come intervenire quindi per trattare questi disturbi del sonno? Sempre secondo Plazzi, il mercato farmacologico non offre novità da almeno 20 anni. Oggi contro l’insonnia si può ricorrere alle benzodiazepine, alle Z drugs e la più conosciuta melatonina a lento rilascio, l’ormone prodotto dalla ghiandola pineale che regola il ritmo circadiano: ma la sua efficacia a lungo termine è ancora in discussione: «Negli Stati Uniti – ha spiegato Plazzi – è disponibile anche una nuova classe di farmaci, gli antagonisti dell’orexina, un neurotrasmettitore coinvolto nella regolazione del ritmo sonno-veglia. La produzione di questa sostanza viene stimolata dalla vigilanza, mentre la sua carenza provoca una condizione di narcolessia. Agire sugli antagonisti significa riportarci per qualche ora, in modo controllato, a uno stato narcolettico».

Si può agire non solo a livello farmacologico secondo il neurologo: «È ormai dimostrato che la terapia cognitivo-comportamentale può avere un’efficacia pari se non superiore a quella dei farmaci». A spiegare il funzionamento di tali terapie è stata Paola Medde, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale dell’Ordine degli Psicologi del Lazio: «Se siamo in grado di identificare i pensieri attivanti possiamo arginarli e interrompere il circolo vizioso. Spesso arriviamo a letto con la preoccupazione di quello che abbiamo fatto durante il giorno appena passato o di quello che dovremo fare il giorno seguente. Stesi tra le lenzuola, al buio, nell’unico momento di quiete che ci è concesso nella giornata, ci immergiamo in una attività di progettazione di nuovi comportamenti che è attivatore della veglia, non certo del sonno. Il terapeuta chiede quindi il monitoraggio consapevole della qualità del sonno. Una sorta di diario che il paziente deve tenere per fornire a chi lo segue le informazioni necessarie a trovare il rimedio appropriato. Poi subentra l’approccio cognitivo: se il sonno viene disturbato dall’interferenza del pensiero, dobbiamo aiutare l’insonne a identificare le preoccupazioni e a ritagliarsi uno spazio anti-ansia prima del momento di andare a letto».

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