Emergenza Covid e mondo digitale, Massimo Mangia (SaluteDigitale): «Un errore affrontare la pandemia senza tecnologie»

Le ampie sfere del sanitario e socio-sanitario continuano a gestire l’emergenza Covid, chiedendosi cosa non abbia funzionato nel sistema, quali errori siano stati commessi negli anni, cosa apprendere da questa esperienza per ripensare il sistema sanitario nazionale. Tra tagli alla sanità e mancate assunzioni di medici e infermieri, negli ospedali come nelle Rsa, spunta un’interessante suggestione: il flop, per così dire, di una Sanità anti-digitale novecentesca. Cosa significa? Da cosa è stata causata? Quali le sfide per il futuro? Ne abbiamo parlato con il dottor Massimo Mangia, founder e Ceo di Alkimiya, docente di e-health presso la Luiss Business School ed editore del blog Salutedigitale.

Dottor Mangia, che cosa intende con flop della Sanità anti-digitale novecentesca? Perché secondo lei questo ha giocato un ruolo cruciale nell’emergenza sanitaria?

«Mi riferisco alla riforma della medicina del territorio e quindi all’audizione della Commissione Sanità del Senato del 21 ottobre scorso, dove il direttore generale della programmazione del Ministero, Andrea Urbani, ha illustrato i capisaldi della riforma. Si continua però a immaginare una riforma basata su modelli sanitari sviluppatisi ben prima dell’avvento delle tecnologie. Se si esclude la sezione della riforma sul potenziamento dell’assistenza domiciliare, dove in effetti è previsto l’utilizzo della telemedicina, sotto l’aspetto territoriale si continua a utilizzare un approccio basato sui presidi sanitari: di fatto dei luoghi fisici dove mettere insieme pazienti e medici. Questo modello non regge, in primis per via di un organico sottodimensionato di medici e infermieri negli ospedali. La riforma intende di fatto spostare medici senza creare reti o “metter mano” al sistema assistenziale così come è concepito oggi. Ma dobbiamo fare i conti con due criticità diverse. La prima riguarda l’appropriatezza della domanda: oggi le cure primarie, che svolgono un vero e proprio sevizio di gatekeeping e filtro verso il Servizio Sanitario Nazionale, non funzionano a dovere. Un’ampia serie di branche di specialisti lamentano dunque una forte domanda inappropriata di pazienti che potrebbero essere tranquillamente presi in carico dalle cure primarie. Bisognerebbe provvedere alla formazione delle cure primarie e alla diffusione di strumenti di supporto a medici delle cure primarie per aiutarli a filtrare correttamente i pazienti.

Un altro aspetto da non sottovalutare riguarda l’efficacia e la sicurezza delle cure. Oltre alla formazione, è necessario fare rete con i professionisti e fornire alla cure primarie un supporto di consulenza. In questo modo le cure primarie possono liberare risorse nell’ospedale mettendole a disposizione del territorio. Questa soluzione al problema però non può prescindere dalle tecnologie, non prese in considerazione dalla Riforma: questa si limita a ipotizzare un sistema in cui verrebbero create alcune case di comunità, illudendosi di poter ovviare allo squilibrio domanda/offerta e alleggerire il carico sugli ospedali. Il modello, ripeto, non può funzionare: limitarsi a spostare risorse non genera efficienza ma, al contrario, la riduce».

Un problema da rintracciare prima del 2019 quindi. Ma allo stesso modo afferma che durante l’estate 2020, a lockdown terminato, sia mancata autocritica e pianificazione del sistema sanitario…

«Bisogna ammetterlo: col senno del poi siamo tutti più bravi. Ma in effetti durante l’estate 2020 abbiamo assistito a molta autocelebrazione del servizio sanitario, dimenticandosi però dei problemi maggiori riscontrati durante la prima fase dell’emergenza. Fra questi, la mancanza di piattaforme e strutture digitali per far fronte all’emergenza stessa. Interventi mirati su queste criticità sarebbero stati essenziali a prescindere dall’arrivo del Covid-19 in Italia. Un esempio? La possibilità di poter monitorare a casa delle persone alcuni parametri del paziente, come in effetti si sta facendo ora per il Covid, con app o sistemi telefonici, sarebbe fondamentale anche per monitorare altre patologie croniche, come il diabete. Passata la paura, in estate sarebbe stato saggio predisporre delle soluzioni a questi problemi e attivarsi per sopperire alle necessità. Ma questa è appunto la mentalità anti-digitale: prendere decisioni di fronte a un’emergenza senza considerare le potenzialità delle tecnologie a supporto di una pandemia. È un problema anche generazionale e culturale».

Che cosa pensa di Immuni, l’app pensata dal Governo per tracciare i contatti in Italia e la possibile esposizione al Coronavirus?

«L’app presenta alcune debolezze dal punto di vista tecnico: questo perché il protocollo su cui si basa ha in sé limiti strutturali. È anche vero però che nessuna tecnologia è perfetta. Immuni poteva e può essere ancora molto utile in ottica di contact tracing, ma sono stati fatti troppi errori fra progettazione e gestione dell’app: a livello comunicativo, è mancato uno staff che potesse leggere sui social e altri canali le critiche mosse alla app e restituire spunti per un suo miglioramento».

Il cambiamento che lei auspica sarà determinante e indispensabile anche per il settore socio-sanitario?

«Certo. Le possibilità per il settore sanitario valgono anche per il socio-sanitario. Qui le tecnologie possono essere la chiave per il miglioramento della condizione dei pazienti fragili che vi risiedono. Bisogna riconoscere il fatto che nel piano di riforma territoriale introdotto, se si parla di assistenza domiciliare, vengono menzionate le Rsa e la possibilità di un ammodernamento della strumentazione diagnostica e di telemonitoraggio, l’utilizzo di device tecnologici per monitoraggio e assistenza e l’interconnessione dei dati con utilizzo del fascicolo sanitario elettronico. Da questo punto di vista quindi il piano va nella giusta direzione, a mio avviso, per quanto riguarda le Rsa. È un intervento e una sfida importante per queste strutture, che svolgono un ruolo essenziale nel sistema sanitario italiano».

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