Pochi infermieri tra ospedali e Rsa, Ordine Professioni Infermieristiche: «Impariamo da questa esperienza, facciamolo per i pazienti»

Dall’inizio della pandemia sono stati chiamati in vari modi: eroi, angeli, professionisti, indispensabili. Eppure oggi, nel pieno della seconda ondata del Covid se ne percepisce ancora l’assenza, in un sistema sanitario in difficoltà: parliamo degli infermieri. Secondo la Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche (FNOPI), l’ente pubblico che gestisce l’albo a cui sono iscritti gli operatori in Italia, ad oggi per ogni infermiere c’è una media di 11 pazienti. In Campania, la regione più bisognosa, il rapporto è di 1 a 17.

Quali le cause e le problematiche che hanno portato a una carenza di figure così importanti all’interno del sistema sanitario e socio-sanitario italiano? Quali le sfide del presente da cogliere? Quali le strategie attuabili a livello nazionale ed europeo? Ne parliamo con la dottoressa Barbara Mangiacavalli, Presidente della Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche.

Dottoressa Mangiacavalli, cerchiamo innanzitutto di delineare la situazione attuale dell’emergenza sanitaria e socio-sanitaria in Italia, in relazione alla carenza di infermieri. Qual è il quadro?

«Nella prima fase sono stati presi 16.570 infermieri, tutti destinati agli ospedali, a cui si aggiungono i 9.600 infermieri previsti nel decreto Rilancio per l’assistenza sul territorio (a domicilio) che avrebbero dovuto essere assunti fino a fine 2020 con gli stessi contratti a tempo determinato e co.co.co. dei primi. Perché in situazioni di emergenza non si possono fare concorsi né utilizzare graduatorie. Tuttavia dei 9.600 infermieri non sono in servizio più del 10%. La carenza storica (e ancora attuale) indicata in base ai confronti internazionali e ai parametri del rapporto medici/infermieri (tre infermieri ogni medico, perché il medico fa diagnosi e prescrive la terapia, ma gli infermieri devono assistere h24) è di 53mila infermieri, di cui circa 21mila in ospedale e 32mila sul territorio.

Di questi, almeno 21mila dovrebbero essere infermieri di famiglia/comunità, calcolati in base al numero di assistiti anziani, cronici, non autosufficienti. In base ai nuovi posti di terapia intensiva e subintensiva realizzati per l’emergenza Covid, seguendo gli standard che indicano la necessità di 12 infermieri ogni posto di terapia intensiva e 8 ogni posto di terapia subintensiva, ci vorrebbero circa17mila infermieri ex novo.

Negli anni, i blocchi del turn over e i tagli alla spesa hanno fatto perdere, strada facendo, circa 10mila infermieri. A fronte di tutto questo, nella seconda fase della pandemia tutte le Regioni lamentano la carenza di infermieri. Ce ne vorrebbero subito per cominciare a far fronte all’emergenza almeno ulteriori 20-21mila di cui fanno parte i 9.600 infermieri di famiglia e comunità (quindi circa 11mila e più per gli ospedali) che andrebbero attivati subito sul territorio, sia a supporto delle USCA che per l’assistenza domiciliare vera e propria ai pazienti Covid e non Covid che stanno correndo rischi seri perché lasciati indietro, mentre ne fanno parte pazienti con patologie anche gravi come diabete, malattie rare, spesso anche tumori. Si dovrebbe poi cominciare a sanare la carenza dei 53mila infermieri, stabilizzando quelli presi per l’emergenza con contratti flessibili, altrimenti a fine emergenza (e anche durante, in caso perduri), ci si ritroverà sempre nella stessa situazione».

Veniamo da un primo lockdown in cui già si erano evidenziate le problematiche relative alla mancanza di infermieri. L’impressione è quella di essere arrivati troppo in ritardo rispetto alla seconda ondata in termini di preparazione delle strutture ospedaliere e socio-sanitarie in Italia. Qual è il suo punto di vista? Si poteva fare di più?

«Probabilmente no, non si poteva fare di più. I professionisti hanno dovuto affrontare l’eccezionalità dell’evento con gli schemi organizzativi esistenti – spesso rivoluzionati dall’evolversi dell’emergenza – e con gli strumenti a loro disposizione. Non molti strumenti a dire la verità, perché dopo anni di tagli alla spesa sanitaria, si è rivelata dannosa la diminuzione costante di personale e il nostro sistema sanitario che poggia sui tre pilastri di ospedale, territorio e prevenzione, ha visto assistenza territoriale e prevenzione doversi scontrare con quella ospedaliera per riuscire a recuperare risorse, anche a livello regionale, non per evolversi ma almeno per farcela.

Ci siamo trovati con un sistema della prevenzione molto impoverito, anche se è quello che dovrebbe far fronte per primo a ondate epidemiche perché lavora sui giovani, insegna loro e li deve mettere nelle condizioni di invecchiare in salute, cosa che proprio nella pandemia si è invece dimostrata determinante ai fini anche della stessa sopravvivenza delle persone, spesso colpite da numerose comorbidità per errori di salute pregressi. Così come tutta l’assistenza territoriale che assieme alla prevenzione è quella che meno ha retto l’urto della pandemia».

Parliamo di Rsa: anche qui la mancanza di infermieri si fa sentire. Lo testimonia il passaggio sempre più frequente di infermieri dalle Rsa ad ospedali pubblici convenzionati. L’impressione è quella di avere a che fare con una coperta sempre troppo corta. Collaborazione con le Università e piani di intervento di respiro europeo possono essere le soluzioni?

«Le Rsa si sono dimostrate poco attrattive per gli infermieri per una serie di ragioni. Seguono un modello organizzativo obsoleto, poco professionalizzante, in un ambito in cui l’infermiere potrebbe esprimersi al 100%, ma che viene relegato ad attività tecnico-esecutive. C’è mancanza di governance infermieristica delle strutture, che potrebbe incidere positivamente proprio sul modello accennato e c’è mancanza di sviluppo di carriera, di specializzazione in area geriatrica. L’approccio assistenziale all’ambito geriatrico è troppo centrato sulla presa in carico tardiva dell’ospite e sulla mancanza assoluta di visione prospettica, che permette un approccio precoce e preventivo in ottica di invecchiamento attivo. In sostanza si va in casa di riposo quando non ci sono altre soluzioni e non c’è un modello (più anglosassone) di “accompagnamento” alla Rsa con un aggancio progressivo dell’ospite ancora a casa.

Nelle Rsa vale con forza il principio del nostro Codice deontologico che il tempo di relazione è tempo di cura: con i pazienti, con i loro familiari, con i più fragili. In queste settimane si stanno moltiplicando gli allarmi di ‘fuga’ di infermieri da queste strutture e si stanno evidenziando tutte le difficoltà a cui si è andati incontro al loro interno durante la pandemia. Come Federazione lanciamo un appello: in queste strutture non si facciano solo indagini epidemiologiche sugli effetti della pandemia. Sono importantissime, ma si devono anche organizzare servizi a tutti gli effetti e in piena regola, per dare agli assistiti e a chi li assiste la piena dignità di curare, assistere ed essere curati e assistiti, dovuta a ogni essere umano, dalla parte dei professionisti e dalla parte dei pazienti e delle loro famiglie. La proposta che gli infermieri e tutti gli attori dell’assistenza condivideranno e porteranno sul tavolo del ministro va in questo senso».

Ad emergenza terminata, questo periodo storico ci metterà di fronte a scelte strategiche da attuare, imparando dagli errori commessi. Come agire per l’immediato futuro?

«Se di errori si parla, si deve guardare al passato e tornare ancora una volta sul definanziamento del sistema che non ha consentito di investire sui professionisti, patrimonio del Ssn, sull’innovazione dei modelli organizzativi, tecnologici, sull’innovazione farmacologica. Contestualmente però si profilano anche vie di lavoro nuove per il futuro, se è vero che in poche ore siamo stati in grado di trasformare ospedali e professionisti con il massimo affiatamento tra professioni. Altrimenti non avremmo retto l’urto. Questa è la prima caratteristica: siamo stati capaci di trasformare un sistema lento in un sistema rapido e questo deve insegnare a incardinare tutto in un nuovo modello di lavoro continuativo, non legato all’emergenza.

Dobbiamo necessariamente imparare, quindi, da questa esperienza. Lo dobbiamo prima di tutto ai cittadini e ai pazienti, ma anche ai nostri colleghi che non ci sono più, a quelli ammalati, a chi ha dato sé stesso per assistere gli altri. Non dobbiamo ripetere gli errori del passato, il che significa strutturare in maniera organica riflessioni su scelte allocative riferite al nostro patrimonio di professionisti. Abbiamo bisogno di ricomporre tutte le frammentazioni a cui ci siamo trovati difronte. Spero che il paese sia uscito da questo tunnel, anche se probabilmente avremo davanti un autunno e un inverno difficili. Ma proprio per questo dobbiamo essere pronti a introdurre un vero e proprio welfare di comunità, a spostare il focus più vicino possibile al cittadino per poter presidiare il territorio e lasciare all’ospedale, alle terapie intensive e sub intensive la possibilità di manifestare la loro potenzialità.

Per le Rsa, in particolare, la FNOPI ha messo sul tavolo del dibattito per la nuova Commissione anziani del ministero cinque punti cardine su cui articolare un nuovo modello: rapporto adeguato infermieri/pazienti; riconoscimento di una chiara leadership di direzione: coordinamenti infermieristici e dirigenze con competenze sociosanitarie evidenti; personale di supporto con formazione adeguata; valorizzazione di formazione e competenze (percorsi su cronicità, fragilità, cure palliative); rinnovi contrattuali (nelle Rsa manca ormai da oltre otto anni).

Gli infermieri non lasciano solo nessuno e sono pronti ad assumere la responsabilità assistenziale in queste strutture: posseggono idonei titoli e qualificazioni, anche post laurea, quali master in management e coordinamento o laurea magistrale a indirizzo».

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