Salute Mentale: su cosa occorre ancora lavorare? Il dibattito a “Salute in Rete”

La Giornata Mondiale della Salute Mentale, a calendario il 10 ottobre, ci porta a ragionare e approfondire numerosi aspetti di un tema molto sensibile. L’argomento è delicato e non viene sempre affrontato a dovere, tanto che tendono troppo spesso a persistere numerose criticità: tra queste lo stigma e i pregiudizi verso i pazienti che soffrono di disturbi mentali, in molti casi esclusi dalla partecipazione alla vita sociale.

La complessità dei problemi connessi ai disagi psichici necessita insomma ancora di molte risposte. In questo senso, come confcommerciosalute.it, abbiamo voluto stimolare un confronto utile con due importanti professionisti del settore: il professor Mario Amore, direttore della Clinica Psichiatrica e Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura dell’ospedale San Martino di Genova e direttore del dipartimento Dinogmi dell’Università di Genova e il dottor Luigi Ferrannini, già presidente della Società Italiana di Psichiatria, per molti anni direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’Asl3 genovese e docente di Psichiatria presso l’Università di Genova. Rivolgiamo a entrambi alcuni spunti.

In primis il muro” che circonda queste patologie, sia a livello di sistema che di approccio culturale del Paese: in cosa non si è ancora fatto abbastanza?

Professor Amore: “Il problema principale in questo senso è il muro dello stigma dal quale sono circondati i nostri pazienti. Tale stigma viene da lontano: parliamo addirittura di migliaia di anni fa, quando la malattia mentale si pensava derivasse da qualcosa di sovrannaturale e inspiegabile. Nel corso degli anni le cose non sono cambiate completamente e lo stigma rimane. Non siamo ancora giunti a una penetrazione culturale di un diverso modo di vedere la salute mentale e i disturbi del paziente. Onestamente, un’opera attenta e obiettiva da parte delle istituzioni non è ancora stata fatta o comunque è stata portata avanti in modo parziale. A mio avviso, l’obiettivo imprescindibile è la diffusione culturale di conoscenza del disagio psichico. Spesso si tende a evitare di affrontare tale sofferenza, ma in realtà guardarla negli occhi significa condividerla fino a ridurre il disagio stesso. In più sussistono ancora stereotipi (alcuni esempi li possiamo trovare anche nel cinema), in cui la malattia mentale viene mostrata nelle sue forme più esasperate con aspetti che non rispecchiano in alcun modo il mondo reale: questo non fa che alimentare lo stigma, il muro e la diffidenza. Chiunque abbia avuto a che fare con una persona che soffre di un disagio psichico ha potuto sperimentare il livello di sofferenza che questa persona porta con sè: comunicare e destigmatizzare questa sofferenza significa affrontarla e ridurla a misura d’uomo”.

Dottor Ferrannini: “La parola muro è riconducibile al manicomio. Effettivamente il muro attorno a tali patologie psichiche ancora sussiste in molte forme, non solo visibili. Tali muri sono stati in diverse occasioni affrontati in modo forte dalla psichiatria di comunità negli ultimi trent’anni, anche se di volta in volta la comunità non è sempre stata la stessa: quella degli anni Settanta non è quella attuale. Al contrario una comunità deve essere coesa, in grado di accettare i deboli e di non escluderli. All’abbattimento di questi muri non devono lavorare soltanto gli operatori o l’associazione dei familiari e dei parenti: deve lavorare la società intera”.

Spesso si dice: occorre mettere il paziente “al centro”. Per farlo realmente e non solo a parole, che approccio serve?

Professor Amore: “Si è parlato molto del paziente al centro. Oggi però se ne parla troppo e il rischio è quello di perdere di vista l’obiettivo. La psichiatria è come la medicina interna: si va da forme molto lievi a forme molto gravi, non possiamo assemblare tutte le patologie sotto un’unica etichetta. Parlare di paziente al centro significa parlare di una persona portatrice di un disturbo da identificare e inquadrare nel contesto: la famiglia certo, ma anche la società in cui tale persona vive, le malattie somatiche. La valutazione deve quindi essere sì psicologica, ma anche sociale, personologica, di contesto e somatica. Nel momento in cui si va poi a trattare tale disturbo, è necessario valutare attentamente la durata del trattamento psicologico, la somministrazione di un farmaco piuttosto che una psicoterapia”.

Dottor Ferrannini: “Dobbiamo continuare a superare il paradigma cartesiano della differenziazione tra mente e cervello. Mettere il paziente al centro significa lavorare con un approccio biopsicosociale: nessun aspetto deve prevalere sugli altri. Importante poi il rapporto tra salute fisica e salute mentale, l’Oms su questo ha parlato molto recentemente: non c’è salute mentale senza salute fisica e non c’è salute fisica senza salute mentale. Nessuno si aspettava di dover parlare di malattia mentale all’interno del dibattito sulla pandemia, eppure oggi parliamo molto di tematiche legate alla solitudine, alla violenza, all’abbandono e alla mancanza di prospettive: tali dinamiche hanno determinato condizioni di sofferenza mentale di cui non si è potuto non prendere atto”.

Sanità territoriale, servizi di prossimità, formazione del personale e risorse annesse: con che situazione ci confrontiamo e su cosa occorre lavorare?

Professor Amore: “Vorrei sottolineare un aspetto: l’importanza della continuità ospedale-territorio e della continuità nei servizi. Quando arrivai a Genova dieci anni fa, con l’allora direttore del Dipartimento Luigi Ferrannini constatammo una certa smagliatura nella continuità ospedale-territorio. Riuscimmo così a colmare tale smagliatura, dando un senso preciso alla continuità del lavoro tra equipe. Tale lavoro prevede un seguito nell’assistenza al paziente non tramite un’identità di vedute ma tramite il confronto. Sono però necessari i mezzi per favorire tale lavoro, i fondi, la formazione. Le risorse messe in campo per la salute mentale nel corso degli anni sono state esigue, lo sono tuttora. Forse oggi abbiamo acquisito questa consapevolezza, ma dobbiamo anche mettere in pratica tali insegnamenti”.

Dottor Ferrannini: “La domanda sulla salute mentale oggi è in forte crescita, per tutte le fasce d’età. Dobbiamo rispondere a questa domanda non in modo frammentato, ma costruendo una rete: tra ospedale e territorio ma anche tra i vari territori. E poi non dobbiamo dimenticare l’importanza della rete di medicina generale. Di assoluta importanza il rapporto tra le varie discipline, la collaborazione con i servizi di riabilitazione e con i servizi sociali. Abbiamo bisogno di un lavoro sociosanitario integrato, nonchè di ricostruire un tasso di risorse come previsto dalle norme. Le norme infatti prevedevano che un 5% del fondo sanitario regionale fosse destinato all’assistenza psichiatrica: oggi oscilliamo tra l’1,5 – 2%, solo in alcune regioni particolarmente virtuose si arriva al 5%. Chiudo con una bellissima frase di Alda Merini: dobbiamo costruire sguardi complici. Oggi costruire sguardi complici significa guardare alle persone sofferenti, costruire per loro una relazione di cura e tutelare i loro diritti”.

 

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