Residenze e Covid: il focus sulla Campania e il dialogo con le famiglie

Da una parte il loro ruolo irrinunciabile nella lotta all’emergenza sanitaria, al fianco dei soggetti più fragili, dall’altra la preoccupazione per la presenza al loro interno di nuovi casi di Coronavirus. È la situazione che le residenze sanitarie assistenziali italiane si trovano ad affrontare, alla luce della “seconda ondata” della pandemia. Quali le strategie da attuare a livello locale e nazionale, quale il “punto di equilibrio” tra tutela, rispetto delle fasce più deboli della popolazione e difesa degli operatori del settore? Ne parliamo con Salvatore Isaia, presidente di Confcommercio Salute, Sanità e Cura Campania e coordinatore delle Regioni del Sud.

Dottor Isaia, partiamo proprio dalla Campania, ad oggi qual è la situazione all’interno delle Rsa regionali?

«La situazione è parzialmente sotto controllo. Abbiamo alcune strutture più virtuose di proprietà delle Asl che registrano pochi contagi e lo stesso accade nelle Rsa accreditate. In alcune nostre Asl, come la Asl Napoli 3, si registrano forti contagi, al pari delle case albergo e delle case alloggio. Un esempio: in una struttura, su 100 posti letto, sono stati riscontrati 70 pazienti positivi».

Nelle sue ultime dichiarazioni si è rivolto alle famiglie dei pazienti, chiedendo loro di riattivare i maniera stabile le videochiamate con i propri cari. Qual è l’obiettivo primario ora?

«Comprendo lo stato d’animo dei familiari di chi risiede all’interno delle Rsa in Campania, che al momento non possono entrare nelle nostre strutture. Nonostante questo, sia l’ultimo Dpcm sia le disposizioni regionali ci vietano di far entrare parenti all’interno delle strutture. Stiamo vivendo un momento difficile, abbiamo l’obbligo di difendere dal contagio le persone che accogliamo, i medici e gli operatori sanitari che li assistono, cercando al contempo di garantire le relazioni sociali».

Si parla molto di tecnologia per arginare il rischio isolamento dei soggetti fragili. Fermo restando che strumenti di comunicazione non possono sostituire completamente la presenza della persona, come possono venire ugualmente in aiuto in questa situazione?

«In questo momento stiamo utilizzando tutto ciò che la tecnologia ci mette a disposizione, da Skype alle videotelefonate con Whatsapp, cercando ogni giorno nuove soluzioni. Ma è difficile per i nostri pazienti: dopotutto siamo napoletani, è nel nostro dna cercare il contatto fisico e non si può sostituire tutto con una videochiamata».

Quanto è importante in questo momento il dialogo costruttivo tra sanità e socio-sanità, tra le sfere del socio-sanitario e le istituzioni. Quali interventi ritiene essere i più urgenti?

«Le nostre Rsa fanno parte della rete ospedaliera della regione Campania: collaboriamo continuamente con gli ospedali, anche perché il 70-80% dei pazienti che arrivano nelle nostre strutture provengono da ricoveri ospedalieri o dalle lungodegenze delle case di cura accreditate. Tali soggetti completano il loro iter riabilitativo nelle nostre strutture: alcuni di essi, senza una rete familiare a sostegno, rimangono qui per ricevere cure e attenzioni. Tutto questo non lo facciamo da soli: le Asl ci sono vicine e hanno avviato nelle nostre Rsa una serie di screening con tamponamento settimanale dei pazienti. Hanno inoltre fornito vaccini antinfluenzali per il personale socio-sanitario e gli ospiti. Nella prima fase della pandemia abbiamo avuto qualche problema nel reperire dispositivi di protezione come le mascherine, ma in questo abbiamo avuto un grande aiuto dalla Protezione Civile».

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