Salute e qualità dei servizi ai tempi del Covid: i dati del Report Bes (Benessere Equo e Sostenibile) 2020

Nel decennale del progetto Bes (Benessere Equo e Sostenibile), l’indice sviluppato da Istat e Cnel per valutare il progresso di una società dal punto di vista sociale e ambientale, le trasformazioni causate dalla pandemia da Covid hanno messo in luce nuovi bisogni e acuito antiche e nuove disuguaglianze fra i cittadini. Per questo, nello stilare il Rapporto Bes 2020, il cambiamento del contesto ha reso necessario raccogliere informazioni sui temi che più di altri impattano oggi sul benessere dei cittadini: la salute e i servizi sanitari, le risorse digitali, il cambiamento climatico e il capitale umano.

Il Bes viene determinato a partire da dodici dimensioni: salute, istruzione e formazione, lavoro e conciliazione tempi di vita, benessere economico, relazioni sociali, politica e istituzioni, sicurezza, benessere soggettivo, paesaggio e patrimonio culturale, ambiente, ricerca e innovazione e qualità dei servizi. In particolare, il dominio Salute, in occasione del Rapporto 2020 è stato potenziato con l’aggiunta di due nuovi indicatori, ovvero Mortalità evitabile e Multicronicità o presenza di limitazioni gravi tra le persone di 75 anni e più, per rappresentare meglio le fragilità dei soggetti più anziani e i punti di debolezza del sistema sanitario.

Ci concentreremo qui sul dominio Salute, alla luce del fatto che in un solo anno, all’indomani dell’avvento del Covid, sono stati annullati i progressi raggiunti in dieci anni nella salute, completamente nel Nord e parzialmente nelle altre aree del Paese. La salute è da sempre alla base del benessere individuale e collettivo. Non a caso il raggiungimento, da parte di tutte le popolazioni, del più alto livello possibile di salute è uno degli obiettivi specificati dall’Oms. Nel corso del 2020, tuttavia, la pandemia da Covid ha rappresentato una delle minacce più gravi per la salute registrate negli ultimi dieci anni. Vediamo quali sono i dati del Rapporto Bes 2020 per quanto riguarda il dominio Salute.

Decessi per Covid tra prima e seconda fase: i dati

Il Report Bes 2020 sintetizza in 3 fasi lo scenario di diffusione del Covid in Italia. La prima, da febbraio a fine maggio 2020 (prima ondata), è stata caratterizzata da una rapida diffusione di contagi e decessi e per una forte concentrazione territoriale, prevalentemente nel Nord del Paese. Nella stagione estiva, da giugno a metà settembre (fase di transizione), la diffusione dei nuovi casi è stata inizialmente molto contenuta, ma a partire dalla fine di settembre (seconda ondata) i casi sono nuovamente aumentati con in gran parte del Paese e solo da metà novembre si è osservato un calo dell’incidenza dei contagi; i decessi hanno seguito un andamento analogo
ma posticipato di circa due settimane.

Tanto nella prima quanto nella seconda ondata è rimasta invariata la percentuale di soggetti deceduti in età inferiore ai 50 anni che si attesta attorno all’1% per entrambi i generi. La classe degli over 80 risulta quella con la più alta percentuale di decessi per Covid (il 60% dei decessi complessivi), la classe 70-79 raccoglie un quarto dei decessi, mentre quella 60-69 il 10%. Nella sola Lombardia, con oltre 22 mila e 500 decessi, si registra il 40% del totale dei decessi.

Tra la prima e la seconda ondata la distribuzione dei decessi Covid nel territorio cambia molto. Nei mesi di febbraio-maggio i decessi si concentrano principalmente nel Nord del Paese (85%), scendono all’8% nel Centro e al 6% nel Mezzogiorno. Nei mesi di ottobre e novembre invece la pandemia ha effetti anche nel resto dell’Italia con un forte aumento dei decessi anche nelle regioni centro-meridionali (41% del totale dei decessi Covid in Italia nello stesso periodo). Da fine febbraio a novembre i decessi per Covid rappresentano il 9,5% del totale dei decessi del periodo; durante la prima ondata epidemica (febbraio-maggio) questa quota è stata del 13%, mentre nella seconda ondata il contributo complessivo dei decessi Covid è passato al 16% a livello nazionale.

Si allarga il divario di mortalità tra meno e più istruiti

In Italia, ma anche in altri Paesi europei, chi è più povero di competenze e di risorse tende ad ammalarsi più spesso. Nel complesso, gli italiani mostrano minori disuguaglianze sociali di mortalità rispetto al resto dei paesi europei grazie alla protezione della dieta mediterranea, della rete familiare e di un sistema sanitario universalistico. I dati di mortalità Istat per livello di istruzione mostrano tuttavia, nel periodo pre-pandemico, significative disuguaglianze a sfavore delle persone meno istruite. Le diseguaglianze sociali nella mortalità sono maggiori tra gli uomini e nelle fasce centrali della vita.

In corrispondenza della prima ondata della pandemia, il divario di mortalità tra meno e più istruiti, che si osservava già nel 2019, si è ulteriormente allargato. L’analisi per età nelle aree ad alta epidemia mostra una maggiore disuguaglianza negli individui in età lavorativa rispetto a quelli più anziani e un aumento del rapporto di mortalità, nella prima fase pandemica, tra le donne di età compresa tra i 35 e i 64 anni (da 1,5 a 2) e tra i 65 e i 79 anni (da 1,2 a 1,5). Non si osservano invece cambiamenti sostanziali tra gli uomini e le donne con più di 80 anni.

Quasi la metà degli anziani in cattive condizioni di salute

La pandemia ha avuto un forte impatto sulla popolazione anziana. In particolare, nel 2020 si osserva che è pari al 48,8% la quota di popolazione di 75 anni e più multicronica (che soffre di tre o più patologie croniche) o che ha gravi limitazioni nel compiere le attività che le persone abitualmente svolgono. Tale quota è più elevata per chi vive nel Mezzogiorno (56,9% rispetto al 44,6% nel Nord e al 47% nel
Centro) e tra le donne (55% rispetto al 39,7% tra gli uomini) e raggiunge il 60,7% tra le persone di 85 anni e più (rispetto al 39,3% delle persone di 75-79 anni).

A partire dal 2014 si è osservata una riduzione della proporzione di anziani con gravi limitazioni o in condizioni di multicronicità (erano circa il 54% nel 2013) a causa del miglioramento generale delle condizioni di salute della popolazione, ma i livelli tra la popolazione anziana permangono comunque elevati. Tale riduzione si è osservata in misura maggiore tra le donne (-5,8 punti percentuali) che tra gli uomini (-3,2 punti percentuali). La quota di anziani in cattive condizioni di salute è minore tra le persone con almeno il diploma (35,5% tra gli uomini e 45,7% tra le donne), mentre aumenta tra chi possiede al massimo la licenza elementare (44% tra gli uomini e 59,5% tra le donne).

Peggiora il benessere mentale tra anziani e residenti in Lombardia, Piemonte e Campania

Secondo il Rapporto Bes, nel 2020 l’indice di salute mentale, da 0 a 100, assume in Italia il valore di 68,8. La variazione rispetto al 2019 non è significativa per il totale della popolazione. In particolare, gli uomini migliorano di  quasi 1 punto mentre il punteggio rimane invariato tra le donne. Peggiora la situazione delle persone di 75 anni e più sia tra gli uomini, sia tra le donne; tra gli uomini di questa età cala di 1 punto, (che diventano -2 punti per i residenti nel Nord), tra le donne il calo si osserva anche tra quelle di 65-74 anni (-1,7). Secondo il Rapporto, le condizioni di maggiore isolamento vissuto durante il 2020 hanno condizionato soprattutto la salute mentale delle persone sole nella fascia di età 55-64, anche qui soprattutto al Nord.

Anche tra le giovani donne di 20-24 anni, tuttavia, il punteggio cala di oltre 2 punti rispetto all’anno precedente. Peggiora l’indice di salute mentale in Lombardia, Piemonte e Campania che presentano i valori più bassi insieme al Molise. I differenziali di genere si ampliano, con condizioni più sfavorevoli per le donne (66 contro 71,1).

Si riduce la mortalità evitabile, soprattutto tra uomini

L’indicatore di mortalità evitabile si riferisce ai decessi delle persone sotto i 75 anni di età che potrebbero essere significativamente ridotti. L’indicatore è costituito da due componenti, la mortalità trattabile e quella prevenibile, e si riferisce alle cause di morte riducibili grazie ad un’assistenza sanitaria adeguata e accessibile e alla diffusione nella popolazione di stili di vita più salutari e alla riduzione di fattori di rischio ambientali. Tra le principali cause della mortalità evitabile troviamo il tumore al polmone seguito dalle cardiopatie ischemiche e dal tumore colon-rettale (7 mila 100 decessi), tutte cause di decesso più diffuse tra gli uomini. Tra le donne, invece, la prima causa di mortalità evitabile è il tumore alla mammella seguito dal tumore al polmone e da quello colon-rettale.

Nel tempo si è osservata una riduzione della mortalità evitabile (il tasso standardizzato era pari a 23,5 per 10.000 nel 2005), soprattutto nella componente prevenibile (era pari a 14,8 per 10.000 nel 2005). Calano, ad esempio, i decessi per tumore al polmone e i decessi da cardiopatie ischemiche, ridotti dal 2005 al 2018. La flessione per tali cause di morte si è osservata specialmente tra gli uomini, con una conseguente riduzione del gap di genere. Le situazioni più critiche si osservano in Campania, seguita da Sicilia, Molise, Lazio, Basilicata e Piemonte, dove i tassi di mortalità sia prevenibile sia trattabile sono più elevati della media. Friuli-Venezia Giulia, Sardegna e specialmente la Valle d’Aosta presentano tassi di mortalità prevenibile al di sopra della media nazionale e tassi di mortalità trattabile inferiori al valore medio osservato.

Puglia, Abruzzo e Calabria presentano, invece, tassi di mortalità trattabile al di sopra della media nazionale e tassi di mortalità prevenibile inferiori al valore medio. Un quadro migliore si osserva nella provincia autonoma di Trento, seguita da Umbria, Veneto, Toscana, Marche, Lombardia, Emilia-Romagna e provincia autonoma di Bolzano. La Liguria, infine, presenta valori sovrapponibili al valore medio nazionale.

Migliora la sedentarietà, ma aumentano le persone in sovrappeso

Nel 2020 la quota di persone sedentarie è pari al 33,8%. Le donne presentano livelli di sedentarietà più elevati rispetto agli uomini, anche se nel tempo il gap di genere è andato riducendosi. La sedentarietà aumenta al crescere dell’età: riguarda 2 persone su 10 tra gli adolescenti e i giovani fino a 24 anni fino ad interessare circa 7 persone su 10 tra la popolazione di 75 anni e più. Rispetto a quanto osservato nel 2019 (35,5%), l’indicatore segna un ulteriore miglioramento in linea con il trend registrato negli ultimi 5 anni. Emerge un forte gradiente territoriale Nord-Mezzogiorno ma, rispetto al 2019, si osserva una flessione della sedentarietà nelle regioni centrali che passano dal 35,1% al 30,2%.

All’indomani delle restrizioni legate alla pandemia, la popolazione ha cercato di mantenersi fisicamente attiva, ma è cresciuto il tempo trascorso a casa in attività sedentarie. Ecco perchè si osserva nel 2020, tra la popolazione adulta di 18 anni e più, una quota di persone in eccesso di peso pari al 45,5% con un aumento del fenomeno.

 

 

 

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